Perché dovrebbero cercare proprio me?

Perché dovrebbero cercare proprio me?

Capita anche a voi di sentire il bisogno di fare un elenco dei vostri successi, piccoli o grandi, a vostro marito, alle vostre amiche? Non per mettervi in mostra, ma per riaffermare la vostra capacità e unicità.

Spesso mi chiedo, guardando le coppie di innamorati al ristorante, cosa abbia spinto l’uno o l’altro a scegliere per la vita la persona che ha davanti. Uno sguardo o un sorriso? L’intelligenza o l’umorismo? Il denaro o le idee?

E ora mi chiedo, cosa spinge un cliente a scegliere un professionista piuttosto che un altro? Qual è la variabile? Nell’ambiente del coaching si dice che ci arrivano i clienti giusti per noi, o meglio, noi arriviamo ai clienti che hanno bisogno proprio di noi e non di un altro. Come dire che nulla capita a caso e nessuno incrocia la nostra strada senza un motivo.

Nel mio precedente articolo parlavo della sindrome dell’impostore, quella situazione in cui ci si sente inadeguati anche se tutte le evidenze ci dicono che stiamo facendo un ottimo lavoro e ci meritiamo ciò che riceviamo. A questo si collega il nodo alla gola che ci sale quando stiamo per lanciarci in un’avventura da free-lance. Perché dovrebbero scegliere proprio me?

Innanzitutto ricordiamoci che i potenziali clienti sono davvero tanti, quindi non andiamo in panico. In fondo a noi non servono centinaia di clienti, ma la quantità giusta che possiamo gestire con serenità e con una prestazione soddisfacente.

Se abbiamo intrapreso il nostro percorso per vocazione siamo già a buon punto perché ciò che trasmetteremo ai nostri potenziali clienti sarà la verità del nostro impegno. Decidiamo chi siamo e cosa vogliamo diventare nel nostro percorso professionale. Scriviamo la nostra mission e stabiliamo i nostri valori. Non certo per scrivere quattro belle parole nel nostro sito, ma per definire una quadro e mantenere la rotta. Le persone leggeranno la nostra verità e decideranno subito se siamo giusti per loro o meno. Se non ci scelgono evitiamo di disperarci. Non eravamo il professionista giusto per loro e ciò ci basti.

Inoltre, quello che noi riteniamo importante nella ricerca di un professionista, per altri può essere assolutamente irrilevante. Ad esempio, io insegno inglese, che non è la mia lingua madre. Mi sono chiesta all’inizio perché uno studente dovesse scegliere me piuttosto che un insegnante madrelingua. La risposta me la danno quotidianamente gli studenti che dichiarano di volere “solo te, perché è la prima volta che capisco come devo studiare questa roba”. Proprio il fatto di aver studiamo in prima persona il concetto a suo tempo, fa di me la persona giusta per gli studenti che chiedono una ragione dietro alla regola che imparano. Ce ne sono altri per i quali la ripetizione e la musicalità sono sufficienti per ricordare; bene, non sono l’insegnante giusta per loro. Li lascio andare e mi concentro sui clienti che davvero hanno bisogno di me.

In definitiva, siamo noi per primi a doverci credere con tutte le nostre forse. Se dubitiamo di noi stessi, come potranno i clienti fidarsi di noi? Il modo in cui ci poniamo, creiamo il nostro marketing e pensiamo addirittura, dà un’immagine di noi. L’importante non è sembrare i più bravi, i più competenti, i più più più. Dobbiamo solo comunicare che noi in noi stessi ci crediamo e, quindi, anche i nostri clienti lo possono fare.

E infine, lasciamo fare alla potenza del destino. Niente capita a caso e, come ogni buon coach sa, se un cliente ci arriva, siamo il professionista giusto per lui in quel momento.

Capita anche a voi di sentire il bisogno di fare un elenco dei vostri successi, piccoli o grandi, a vostro marito, alle vostre amiche? Non per mettervi in mostra, ma per riaffermare la vostra capacità e unicità.

Mi ci è voluto un po’ per mettermi ad insegnare sul serio. Ho passato i primi mesi da insegnante seguendo uno o due studenti, mai contenta della mia prestazione o dei risultati a cui portavo il mio studente. E anche quando finalmente ho cominciato sul serio, continuavo ad avere moltissimi dubbi sulle mie effettive capacità come insegnante. Mia madre, maestra elementare per quarant’anni e per scelta, mai un dubbio, mi ripeteva che purtroppo l’esperienza si fa sulla pelle degli studenti ed era normale che mi sentissi impreparata, perché probabilmente un po’ lo ero. Ma di non preoccuparmi perché ero bravissima. Ho accolto il suo consiglio e ho lavorato al massimo per dare il meglio di me. Ora non solo mi sento molto più competente, alcuni studenti non hanno più bisogno di me! Per quanto triste, ciò dimostra che il mio apporto è stato utile.

Ripensandoci, però, ho vissuto questa situazione più volte nella mia vita. Quando riflettevo sul fatto che parlo sei lingue, non riuscivo a pensare che fosse qualcosa di particolarmente strano o straordinario. Pensavo che chiunque ci potesse riuscire e che in fondo, anche se le parlo piuttosto bene, non le conosco perfettamente. Quando lavoravo in azienda faticavo a chiedere aumenti di stipendio, e non solo perché sapevo che il mio capo non li concede in generale, ma anche perché pensavo di non fare nulla di così straordinario. In fondo gestivo solo 9 milioni di euro con clienti di tutto il mondo, organizzando ordini e trasporti, occupandomi della formazione dei nuovi colleghi e di tutte le traduzioni documentali dell’azienda…

Mi domando, allora, perché sia così difficile riconoscersi nella propria bravura e unicità.

Forse perché, almeno nel Friuli del mio tempo, lavorare bisogna, fare il massimo non è una scelta ma un dovere e se a scuola sei promosso senza buchi non hai fatto nulla di più di quello che ci si aspetta da te.

Con questo approccio si rischia di lasciarsi scappare l’occasione di capire in cosa siamo davvero bravi e la sensazione di aver fatto un buon lavoro viene a mancare perché non viene dato il giusto valore a ciò che si ha raggiunto o prodotto.

Alla fine, ottenuti traguardi eccellenti, non riusciamo a credere che sia merito nostro e ci sentiamo impostori. Portiamo a termine compiti difficili per altri, ma pensiamo sia normale. Il successo che otteniamo (un lavoro migliore, un complimento, un cliente che si dichiara soddisfatto) non ci sembra meritato.

C’è un nome scientifico per questa sensazione, Sindrome dell’Impostore. Considerato che è il risultato di anni di condizionamenti involontari da parte dell’ambiente in cui viviamo, superarla può sembrare difficile.

Il modo però esiste.

Per prima cosa, uscite dal condizionamento che vi spinge a sottolineare i vostri successi con altri. Non avete bisogno di qualcuno che avvalli o che dia valore al vostro lavoro. Nutritevi dei vostri traguardi e parlatene solo se è produttivo o la situazione lo richiede.

Secondo, cominciate a misurare i vostri successi tenendo conto dei commenti positivi. Clienti e colleghi non spenderebbero parole di ammirazione per voi se non pensassero quanto dicono. In generale le persone tendono a sminuire gli altri, non ad ammirarli. Quindi accogliete i commenti positivi con gratitudine e segnateli nel vostro quaderno virtuale, per rileggerli nei momenti bui.

Quanto ai commenti negativi, ponderate quelli ben costruiti e con basi nella realtà. Chi vi critica senza conoscervi, non ha nulla da insegnarvi. Le persone a voi vicine, invece, vi conoscono per come apparite all’esterno e una riflessione su quanto vi dicono, anche se difficile da accettare, vi può aiutare a migliorare. Attenzione però: l’errore è una opportunità di crescita e non una macchia perenne su di voi. Accettate la sfida di migliorarci, chiedete scusa eventualmente e guardate avanti per affrontare la prossima sfida.

La terza cosa da fare è smettere di vivere come pensate che gli altri si aspettino da voi. Evitate di dare ad altri senza un ruolo attivo nel vostro percorso il potere di decidere per voi. Scegliete i vostri obiettivi, decidete quale sia il grado di soddisfazione che volete raggiungere per ognuno e procedete per ordine. Nessuno farà il lavoro al posto vostro, il rischio è vostro. Essere padroni del proprio destino sarà una sensazione favolosa che vi toglierà ogni dubbio sul merito che avete nei successi che ottenete.

Infine, guardatevi allo specchio ogni mattina con la consapevolezza che siete speciali. Sembra banale, eppure davvero ognuno di noi ha dentro di sé qualcosa che gli altri non hanno. Questo ci rende essere ugualmente speciali. Trova la scintilla dentro di te, e anche se i tuoi traguardi ti sembreranno “facili”, dato che tu comunque lo sai fare è un punto a tuo favore.

La probabilità di vincere al Superenalotto è una su 622.614.630. Credete ancora che il vostro successo sia un caso?

No Comments

Post A Comment